Ma perché fermarsi al Sabato santo?

Abbiamo bisogno di trovare Dio, ed Egli non può essere trovato nel rumore e nella irrequietezza. Dio è amico del silenzio. Guarda come la natura – gli alberi, i fiori, l’erba – crescono in silenzio; guarda le stelle, la luna e il sole, come si muovono in silenzio …. Abbiamo bisogno di silenzio per essere in grado di toccare le anime.
Madre Teresa di Calcutta

Dopo questi fatti Giuseppe di Arimatea, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodèmo – quello che in precedenza era andato da lui di notte – e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di àloe.

Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura. Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto. Là dunque, poiché era il giorno della Parasceve dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù. [Gv 19,38-42]

Ma qui si pone la domanda: perché fermarsi al Sabato santo? Non siamo forse già nel tempo del Risorto? Perché non lasciarci ispirare anzitutto dalla Domenica di Pasqua? Perché riflettere sullo smarrimento dei discepoli dopo la morte di Gesù e non invece sulla loro gioia quando lo incontrano vivente (cf Gv 20,20: “E i discepoli gioirono al vedere il Signore”)?

È vero: siamo già nel tempo della risurrezione, il corpo glorioso del Signore riempie della sua forza l’universo e attrae a sé ogni creatura umana per rivestirla della sua incorruttibilità. Il nostro atteggiamento fondamentale deve essere di letizia pasquale.

E tuttavia la luce del Risorto, percepita dagli occhi della fede, ancora si mescola con le ombre della morte. Siamo già salvati nella fede e nella speranza (Rom 8,24), già risorti con Gesù nel battesimo quanto all’uomo interiore, ma la nostra condizione esteriore rimane legata alla sofferenza, alla malattia e al declino. Il peccato è vinto nella sua forza inesorabile di distruzione e però continua a coinvolgere innumerevoli situazioni umane e a riempire la storia di orrori. I poveri sono oppressi, i prepotenti trionfano, i miti sono disprezzati.

Siamo in una situazione simile a quella dei due discepoli di Emmaus nella mattina di Pasqua. Gesù è risorto, le donne hanno trovato il sepolcro vuoto, gli angeli hanno detto di non cercarlo tra i morti (Lc 24,2-6.22-23), ma il loro cuore è ancora appesantito: sono “stolti e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti” (Lc 24,25). Siamo simili agli apostoli nel Cenacolo, che hanno già sentito parlare della risurrezione e tuttavia sono ancora chiusi in casa per la paura (Gv 20,19).

In altre parole, il tempo che viviamo è quello in cui la “buona notizia” del Signore risorto è accolta da alcuni ed è respinta da altri, e deve farsi strada fra la diffidenza e il rifiuto.

Gesù crocifisso è già nella gloria del Padre ed è Signore dei tempi (“Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra”, Mt 28,18), ma l’evidenza della sua risurrezione e la gloria del suo trionfo permangono velati e vanno contemplati con lo sguardo della fede, superando il trauma del Venerdì santo e lo smarrimento del Sabato, per accogliere il disegno misterioso della salvezza proprio a partire dalla croce (“Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”, Lc 24,26).

Siamo quindi nel regime della fede e della speranza, in cui è necessaria l’apertura della mente per accogliere la “buona notizia” (“allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture”, Lc 24,43) e l’allargamento degli orizzonti per sperare “contro ogni speranza” (Rom 4,18) di fronte alle condizione di morte che regna nell’umanità. Infatti “l’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte” (1Cor 15,26).

Siamo in un tempo che viene definito “del già e del non ancora”: Gesù è già risorto e glorioso, la sua grazia incomincia a trasformare i cuori e le culture, ma non si tratta ancora della vittoria finale e definitiva che si avrà solo col ritorno del Signore alla fine dei tempi. Perciò i sentimenti di smarrimento e di paura dei primi discepoli nel Sabato santo vanno contrastati e vinti con la fede e la speranza di Maria. Cerchiamo allora di renderci conto di quanto nel nostro tempo è segnato dalla diffidenza, per sottoporlo alla grazia della letizia pasquale.

[La Madonna del sabato santo, lettera pastorale per l’anno 2000-2001]

  • Dove sperimento paura e smarrimento?
  • Cosa genera diffidenza dentro di me?
  • Cosa sento interiormente quando rimango in silenzio?

Carlo Maria Martini

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