Essere in Te soltanto

E credere in te soltanto, giurare in te soltanto, riporre in te soltanto la mia fede, la mia forza, il mio orgoglio, tutto il mio mondo, tutto quel che sogno, e tutto quel che spero.
Gabriele D’Annunzio

[Gv 15,1-8]
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

Oggi leggiamo un’apparente contraddizione: quella dell’esigenza di «portare frutto», riferirsi ai fatti, e insieme di «rimanere in Lui». Sembra di dover mettere d’accordo la dinamicità con la staticità, conciliare la «produttività» con l’interiorità, puntare sulla visibilità e, nello stesso tempo, sulla misteriosità di una vita che si sviluppa nelle profondità più segrete.

Il vignaiolo è un Dio nascosto che ha cura della sua vigna, l’ha piantata, ogni inverno ne pota i tralci per mantenere il carico di gemme, mentre d’estate, la potatura verde, rende i germogli capaci di frutti rigogliosi. Il vignaiolo è un Dio che radica nell’amore i suoi tralci carichi di grappoli; non possiamo avere paura di chi si prende cura di noi con tutto il suo impegno.

Nelle nostre giornate, nell’incedere incerto delle stagioni, il vignaiolo offre la sua silenziosa cura perché ciò che nella vita non è inferno possa durare e fiorire. E allora che cosa conta? Rimanere tralcio e custodire la sua parola che è ramificazione della vite e, nell’amore, ramo del suo Figlio. Noi, Signore, siamo il tralcio della tua vite, non chiudere l’orizzonte, non ci separare, tu sei il contadino che ha cura della vigna e la protegge con le sue mani che conoscono la terra e la corteccia.

Il vignaiolo stabilisce in quell’innesto di amore un rapporto d’intimità, di verità e di libertà tra il tralcio e la vite. Un rapporto in cui la conoscenza profonda di sé e dell’altro è un cammino progressivo nell’infinito mistero della persona, costruito passo passo nell’attenzione alle orme e nell’ascolto della storia. Conoscere l’altro è essere responsabili della sua vita.

«Senza di me non potete fare nulla». Si tratta di una delle affermazioni più radicali di tutto il Vangelo. Gesù non dice «senza di me, otterrete risultati modesti o precari». No: incapperete nel «nulla», non nel «poco». Per portare frutto nella nostra vita abbiamo bisogno di essere in Lui.

  • In me prevalgono le parole o il «portare frutto»?
  • Mi lascio conoscere e cerco di conoscere autenticamente Lui?
  • Riconosco la sua azione nascosta ma decisiva nella mia vita?

Claudio Rajola SJ

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